Sheep in the Box nei cinema

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Sheep in the Box nei cinema.  nei cinema dal 27 agosto, è sceneggiato, diretto e montato da Hirokazu Kore-eda. La pellicola, è distribuita dalla Lucky Red e dalla BiM Distribuzione.

Il film giapponese è stato presentato in anteprima alla 79ª  edizione del Festival di Cannes

Sheep in the Box nei cinemaSheep in the Box nei cinema. Questo è il titolo del film giapponese sceneggiato, diretto e montato da Hirokazu Kore-eda, uscito nelle sale italiane il 27 agosto, distribuito dalla Lucky Red e dalla BiM Distribuzione. La pellicola è stata presentata in anteprima il 16 maggio del 2026 alla 79ª edizione del Festival di Cannes. In Giappone il film è stato distribuito dalla Toho ed è uscito nelle sale cinematografiche il 29 maggio.

Sheep in the Box – la trama

Sheep in the Box nei cinemaDopo due anni dalla morte del loro figlio di appena sette anni, l’architetta Otone Kōmoto (Haruka Ayase) e il marito Kensuke Kōmoto (Daigo Yamamoto), che è presidente dell’impresa edile paterna, adottano Kakeru (Rimu Kuwaki), un umanoide simile al figlio scomparso. Tra lo scetticismo del padre e il sentimento benevolo della madre, il film riflette sul lutto, sull’amore e sul rapporto tra esseri umani e tecnologia.

Sheep in the Box – il cast

Sheep in the Box nei cinemaGli attori principali che hanno preso parte al film sono: Haruka Ayase che interpretato la signora Otone, Daigo Yamamoto nel ruolo del marito Kensuke; il piccolo Rimu Kuwaki che nel film è l’umanoide Kakeru. Del cast hanno fatto parte anche Nena Seino, Daisuke Kuroda, Kanichiro, Hinata Hiiragi, Akihiro Kakuta, Kayo Noro, Mari Hoshino, Ayumu Nakajima, Kimiko Yo e Min Tanaka.

L’umanoide Kakeru rivendica la sua natura artificiale e la diversità rispetto agli altri esseri umani

Sheep in the Box nei cinemaHirokazu Kore-eda, già vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2018 con Shoplifters, in questo film affronta il tema del lutto. L’architetta Otone e suo marito Kensuke, non si rassegnano all’idea di aver perduto il proprio figlio: la mancanza diventa un vuoto lacerante e per questo finiscono con l’adottare un umanoide. Il robot colma i loro vuoti, ma è una presenza che non ha empatia. Kakeru è un essere artificiale che rivendica la sua natura aliena rispetto agli essere umani, e la coppia coglie e vive con difficoltà questa diversità.

Nella seconda parte del film Hirokazu Kore-eda cerca una simbiosi tra due mondi diversi: da un lato la natura, dall’altro la tecnologia

Il film diventa più interessante nella seconda parte, quando si comprendono le ragioni del distacco dell’umanoide Kakeru nei confronti della famiglia che lo ha adottato. Lo sguardo di Hirokazu Kore-eda si concentra sul rapporto tra umanoidi e natura. In questo modo il regista devia dai canoni della distopia apocalittica, ma al contrario cerca una simbiosi e dei punti di contatto tra due mondi diversi: da un lato l’ecosistema naturale, dall’altra la tecnologia più avanzata, che oggi si identifica con l’intelligenza artificiale.

Tra tecnologia e natura: verso una dimensione post-umana

Nel finale questa simbiosi si coglie molto bene: attraverso questa riconciliazione Kakeru lascia la famiglia adottiva e lui, che di fatto è un prodotto della tecnologia, finisce con il contaminarsi con la natura. Gli alberi e la foresta fanno da sfondo a una nuova vita che l’umanoide fa con i suoi simili: Kakeru, insomma, non vuole integrarsi con gli umani, da cui si sente diverso, ma sceglie di vivere con altri suoi simili in una dimensione post-umana.

Il regista difende l’umano e il diritto al dolore salvandolo da una realtà ipertecnologica che potrebbe sovrastarci

Sheep in the box Il film pone domande: è giusto che la tecnologia, anche quella più avanzata, sia in grado di colmare l’assenza di un proprio caro? È naturale non fare i conti con il proprio dolore evitando così di elaborare un lutto? Il punto di vista del regista, che evita il contrasto frontale e ideologico tra natura e realtà tecnologicamente modificata, propende però verso la difesa dell’umano rivendicando la sacralità delle nostre debolezze e delle nostre sofferenze di fronte a una realtà ipertecnologica che potrebbe sovrastarci.

Andrea Magliocco

  

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