The Mule di e con Clint Eastwood

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A dieci anni da Gran Torino, film che pareva aver segnato il “canto del cigno” per la figura del pistolero da lui tipicamente incarnata, Clint Eastwood torna a dirigere se stesso. Lo fa, in questo Il corriere – The Mule, tornando a lavorare con lo sceneggiatore che scrisse il suo film del 2008, Nick Schenk; e lo fa segnando ancor maggiormente la divaricazione, lo iato, tra un’America – e un cinema – che sembrano andati inesorabilmente avanti, frantumando il senso delle storie (fuori e dentro lo schermo) e il modo dell’attore/regista di intendere la vita e l’arte.

Ispirandosi a una vicenda reale, Eastwood veste qui i panni di Earl Stone, floricoltore novantenne che ha vissuto una vita on the road, trascurando famiglia e affetti. Quando l’uomo si ritrova al verde e senza alloggio, decide di accettare una serie di consegne per conto di sconosciuti, pagate profumatamente. Quando si accorge che la merce da consegnare è cocaina, Earl non fa una piega: affidabile proprio per la sua distanza dall’immagine del corriere di droga, Earl ci prende gusto, e grazie ai suoi lavori riesce anche a recuperare un rapporto con sua moglie e sua figlia. Ciò, almeno fin quando uno zelante ispettore di polizia si mette sulle sue tracce.

Fa piacere rilevare il ritorno in forma dell’Eastwood regista, dopo l’episodio poco felice – per quanto tipicamente eastwoodiano in quanto a temi e personaggi – di Ore 15:17 – Assalto al treno. Per il suo ritorno davanti alla macchina da presa, Eastwood gioca in senso ironico e autoironico col suo personaggio, irride i paladini del politically correct usando la parola “negro” e facendo battute poco urbane sulle lesbiche – e contemporaneamente aiutando i rappresentanti di entrambe le categorie, si ritaglia un personaggio che pare definito più da se stesso, e dalla sua storia cinematografica, che dalla sceneggiatura.

Più che cinema autunnale e legato al tramonto dei miti – eterni laddove si continui a celebrarli – quello di Eastwood continua ad essere innanzitutto cinema classico: una concezione del racconto che continua a nutrire fiducia verso la scrittura e gli attori, la forza delle scenografie, il rallentamento deliberato del ritmo, la contemplazione e la celebrazione dei valori più basici. C’è, ne Il corriere – The Mule, la consapevolezza del carattere “alieno” di un approccio simile nell’industria cinematografica moderna, che deflagra in un personaggio dalla concezione sopraffina, a tratti irresistibile.

Difficile non fare un parallelo tra il film di Eastwood e il recentissimo Old Man & the Gun di David Lowery, che vedeva protagonista un’altra icona del tempo che fu come Robert Redford: qui, però, più che la celebrazione del mito e dell’individualismo on the road che caratterizzava il film di Lowery, c’è una tranquilla affermazione di sé, una rivendicazione quasi garbata del proprio posto in un universo culturalmente sempre più distante, che nasce anche da un percorso ironicamente autocritico e da una voglia di guardarsi indietro e trarre un bilancio.

Proprio questa ironia nel segno dell’understatement, dapprima, in apparenza, quasi casuale ed episodica, ma poi sempre più consistente e giustificata col procedere della narrazione, è la cifra distintiva di questo Il corriere – The Mule, e dello stesso personaggio di Eastwood: film e protagonista quasi indistinguibili, che si nutrono a vicenda senza tuttavia fagocitare il respiro di un racconto che dà il giusto peso – relativo, ma sempre presente – ai comprimari (su tutti, la moglie col volto di Dianne West e l’ispettore di polizia interpretato da Bradley Cooper).

L’epopea americana, sempre presente e pulsante sullo sfondo, sfuma nella voglia di afferrare un presente che è celebrazione intima ma “progressista” degli affetti e della famiglia, riflessione sul percorso fatto e sui chilometri macinati – metaforicamente e non -, ricomposizione e proiezione verso un futuro che contempla il proprio, inevitabile, sfumare. Tutto col sorriso, garbato ma sotto sotto sardonico. Non sarà forse un testamento cinematografico (ci auguriamo di no) ma è di certo un tassello significativo di una carriera unica, per cui è difficile non emozionarsi.

Marco Minniti

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