I quattro atti unici della Pirandelliana 2026. Dal 2 luglio al 2 agosto, come ormai tradizione, anche quest’anno per l’Estate Romana presso il Giardino della Basilica di Sant’Alessio a Roma, va in scena Pirandelliana, la rassegna organizzata da La Bottega delle Maschere di Marcello Amici, arrivata alla sua XXX edizione. Il martedì, il giovedì e il sabato, Questa sera si recita a soggetto; il mercoledì, il venerdì e la domenica Quattro atti unici: L’uomo dal fiore in bocca, All’uscita, La morsa, La patente.
I quattro atti unici della Pirandelliana 2026
Dal 2 luglio al 2 agosto, come ormai tradizione, anche quest’anno per l’Estate Romana presso il Giardino della Basilica di Sant’Alessio a Roma, va in scena Pirandelliana, la rassegna organizzata da La Bottega delle Maschere di Marcello Amici, arrivata alla sua XXX edizione. Il martedì, il giovedì e il sabato, Questa sera si recita a soggetto; il mercoledì, il venerdì e la domenica Quattro atti unici: L’uomo dal fiore in bocca, All’uscita, La morsa, La patente. Qui di seguito la recensione dei Quattro atti unici: L’uomo dal fiore in bocca, All’uscita, La morsa, La patente.
Il primo atto unico in scena L’uomo dal fiore in bocca del 1922
L’uomo dal fiore in bocca, il primo atto unico del drammaturgo siciliano, messo in scena la prima volta nel 1922 è uno dei testi teatrali più intensi di Pirandello. E’ il dialogo al caffè di una stazione tra un uomo malato di tumore (un epitelioma, il “fiore in bocca” del titolo), che con l’avvicinarsi della morte riflette sul mistero dell’esistenza, osservando con occhi diversi da quelli di chiunque altro uomo, fin nei dettagli apparentemente più insignificanti e un avventore scialbo ed indifferente. La scena si svolge di notte, in un bar scarsamente illuminato nei pressi di una stazione. L’avventore (Giorgio Cormos) è un pacifico cittadino che ha perso il treno a causa di banali incombenze familiari e attende l’alba. L’uomo dal fiore in bocca (un ottimo Marcello Amici che ben si compenetra nel personaggio) è un individuo tormentato e malato terminale. Invece di dormire lui, comincia a parlare con l’avventore, attirandolo in una profonda riflessione sulla vita. La sua malattia non gli fa provare rabbia, ma lo spinge ad un’ossessiva osservazione della realtà. Tramite la fantasia, il protagonista si aggrappa morbosamente ai dettagli più banali e quotidiani dell’esistenza altrui, viaggiando idealmente con la mente. L’uomo dal fiore in bocca sapendo di avere i giorni contati, vive la vita con un’intensità dolorosa che gli altri, assorbiti dalle piccole noie quotidiane, non riescono neppure a percepire. Così il fiore in bocca diventa il simbolo di una condanna ineluttabile ma anche di una lucidità spietata. Nel finale, per sfuggire all’angoscia della sua condizione e scacciare l’inevitabile pensiero della morte, l’uomo congeda l’avventore con un consiglio surreale e amaro: una volta arrivato a destinazione, dovrà recarsi in campagna e contare quanti fili d’erba compongono un cespuglio. Interpretazione molto intensa di Marcello Amici.
All’uscita è il secondo atto unico della serata, scritto da Pirandello nel 1916
All’uscita è il secondo atto unico della serata, scritto da Pirandello nel 1916. Qui si vuol rappresentare l’Aldilà come luogo d’attesa. L’Autore immagina l’uscita di un cimitero dove i morti, lasciati i loro corpi nelle tombe, prima di scomparire del tutto, mantengono per un po’ l’apparenza terrena. A trattenere queste anime in bilico, non è il rimpianto ma un desiderio o una domanda irrisolta, nel senso della loro esistenza passata. Il Filosofo (Marcello Amici), uno dei defunti, cerca una spiegazione razionale che si scontra con l’esperienza terrena e passionale dell’altro defunto, l’Uomo Grasso (Massimiliano Mursia), che è seduto con le mani appoggiate al bastone, e un po’ pensieroso. Lui aspetta la morte della moglie adultera, mentre il Filosofo aspetta di poter dare una risposta ai suoi molti perché. Ecco che la moglie adultera (una credibile Emilia Guariglia) irrompe sulla scena scarmigliata, agitata: è stata uccisa dal suo amante e ride come una pazza. Nella risata stridula, nei colori accesi c’è già una rappresentazione di vero gusto. La donna si placa solo alla vista di un bimbo (una marionetta) che mangia una melagrana. Tramuta così il suo riso in un pianto sommesso. Di conseguenza il Filosofo continua ad interrogarsi e a ricercare una valida risposta all’enigma dell’esistenza; forse rimarrà sempre lì sul bordo del cimitero. L’atto si conclude con lui che esclama tra sé e sé: “Ho paura che io resterò sempre qua, seguitando a ragionare”.
La morsa è il terzo atto unico. La prima rappresentazione della commedia si ebbe a Roma nel 1910
La morsa è il terzo atto unico. La prima rappresentazione della commedia si ebbe a Roma nel 1910. Qui la vera protagonista è Giulia (la bravissima Giovanna Pola), una donna sincera e appassionata che vuol mettere fine alla sua relazione adulterina con l’amante Antonio (Giuliano Mannoni). Il marito Andrea (Marco Bellizi) ha scoperto i due amanti e vuole vendicarsi di entrambi spingendoli, appunto, in una morsa di accuse. In un dialogo molto serrato con la moglie, Andrea fa finta all’inizio di non sapere nulla, ma con un incalzante gioco di allusioni e mezze parole, all’improvviso fa capire che sa tutto e violentemente incalza la moglie, sopraffatta ed attonita, con espressioni perentorie e sferzanti, incapace di difendersi dalle accuse del marito, anche lui in fondo colpevole di averla trascurata. Giulia rimane sola di fronte alla volontà di vendetta di Andrea, perché le viene a mancare anche il sostegno dell’amante Antonio che pusillanime l’abbandona alla furia del marito. Andrea caccia la moglie di casa proibendole di vedere per l’ultima volta i suoi figli e quando Giulia, che ancora ama suo marito, disperata minaccia di uccidersi, con indifferenza il marito la incita a farlo. Un colpo di pistola risuona nella stanza dove Giulia sconvolta, è andata a togliersi la vita e al sopraggiunto Antonio, codardo ed incerto, Andrea dirà: “Tu l’hai uccisa”. Questo atto unico vive nell’intensità drammatica dei dialoghi. Magistrali i tre attori.
La patente è l’ultimo atto unico della serata, scritto nel 1911
La patente è l’ultimo atto unico della serata, scritto nel 1911. La paradossale vicenda ruota intorno a Rosario Chiarchiaro (un magistrale Marcello Amici, ben calato nel personaggio dello iettatore) che, ritenuto iettatore, persona capace di portare sfortuna e disgrazie, vuole il riconoscimento giuridico della “forma” attribuitogli dagli altri, una “patente”. La situazione è alquanto comica e il giudice istruttore D’Andrea (Marco Bellizi) a cui tocca esaminare il fascicolo, non volendo infierire sul povero Chiarchiaro lo invita a desistere dal proposito, in quanto ne avrebbe guadagnato solo una sconfitta giudiziaria. Ma Chiarchiaro non desiste: vuole il processo perché gli venga riconosciuta la nomea di jettatore. A lui deve essere ufficialmente riconosciuta la sua “potenza spaventosa” di jettatore, con tanto di bollo legale. Questo fra i quattro atti unici è quello più divertente. Bravi anche gli altri attori dell’atto unico: Marianna Petronzi (Rosinella, la figlia di Chiarchiaro), i giudici interpretati dagli attori Camillo Campochiaro ed Emilia Guariglia, l’usciere Marranca, interpretato da Marco Tonetti.
Giancarlo Leone



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