Intervista con Vincent Spasaro autore di Morte sul Vulcano

0

Vincent Spasaro è un scrittore di gialli che ha recentemente pubblicato per Newton Compton editori, il romanzo thriller Morte sul Vulcano. Visum lo ha incontrato. 

Vincent, dall’hard boiled “Assedio” al fantasy “Il demone sterminatore”, a questo giallo/noir di formazione. Ti piace non arenarti su un unico genere?

Mi rendo conto che insistere su un unico genere aiuti a fidelizzare il lettore, eppure io mi ispiro, con tutta l’umiltà possibile, ai grandi autori anglosassoni come Ray Bradbury, James Ballard o Dan Simmons che non si fanno spaventare dalle sfide. Credo di poter essere molto versatile e di riuscire a muovermi agevolmente nei vari generi: di qui le variazioni nella storia e nello stile. Ad esempio ‘Assedio’ è molto cinematografico e ho utilizzato uno stile secco e veloce, mentre ‘Il Demone’ racconta una storia epica e quindi necessitava di un linguaggio completamente differente”.

Per lo stesso motivo il mio prossimo romanzo sarà diverso da ‘Morte sul Vulcano’. Comunque un lavoro narrativo serio non è mai un lavoro individuale e lo stile ne risente: devo moltissimo ad Alessandra Penna. Senza la sua applicazione e le grandi capacità di editor, il romanzo non avrebbe avuto assolutamente la stessa forza”.

 

Da cosa parte la scintilla di una tua storia?

Applico il ‘metodo Calvino’, se vogliamo usare un paragone alto. Mi appunto continuamente idee e suggestioni. Libri, documentari, viaggi- anche uno scambio di battute al supermercato può ispirare un racconto. Nel tempo gli appunti crescono e diventano faldoni con descrizione della storia e dei personaggi. Quando la raccolta è sufficientemente grande, è ormai maturo un nuovo romanzo”.

 

Estate e morte, piccolo villaggio e grandi misteri. Il romanzo gioca anche sul doppio e sugli opposti?

Sicuramente. Il villaggio circondato da una natura soverchiante è lo sfondo tipico di molti romanzi di genere- basti pensare a Stephen King e al suo Maine. Molti thriller scandinavi insistono sulla natura invernale che assedia l’uomo e in certo qual modo ne governa le azioni. Eppure io subisco il fascino dell’ombra in un luogo assolato. E poi l’estate, quel momento della vita in cui tutto sembra possibile, dove sbocciano gli amori e la vita sembra meravigliosa, ha in sé i germi del suo disfacimento. Gli odori troppo forti, il sole inclemente. Una quinta meravigliosa per un delitto”.

 

L’isola è spesso associata a divertimento e vacanza ma può diventare anche luogo di morte e di crimini. Perché hai scelto Stromboli per la tua storia?

Perché sono affascinato dalle isole, dal loro essere microcosmi, e perché Stromboli per me rappresenta il Sud. Sono profondamente convinto che l’Italia, un luogo dove tradizioni ancestrali e natura variegata paiono distribuire mistero a piene mani, sia stata poco indagata quale sfondo per romanzi cupi. Prevale, forse anche per colpa di noi scrittori piuttosto pigri, l’idea del meridione come luogo da cartolina, plastificato, popolato di gente allegra e sorridente, dove i delitti in fondo si fanno per finta e si pensa solo a mangiare. E invece siamo così pieni di passione, del fuoco che si accende improvvisamente e che è difficile spegnere, che potremmo dare lezioni agli scrittori del nord Europa se solo avessimo più coraggio. Stromboli è fuoco, acqua e terra: è primordialità. La lava è il sangue nelle vene del meridione”.

Dietro l’indagine e il thriller si nasconde anche un romanzo di formazione?

Credo che il thriller non debba essere stereotipato e che noi scrittori italiani dobbiamo prenderci la responsabilità di rischiare. Delegare agli autori anglosassoni la mescolanza dei generi e limitarci a vivere di rendita sui pochi filoni italiani di successo mi pare un atteggiamento provinciale. Come potremo migliorare percorrendo continuamente strade già battute? Il romanzo di formazione è romanzo di genere: avventura, romanticismo, thriller, delitto. La formazione dell’uomo passa per l’acquisizione del senso della morte. Pensiamo a London, Golding, Bradbury, King o Simmons. In definitiva scrivere un giallo che è anche un dramma e un romanzo di formazione, significa semplicemente scrivere una storia con basi solide. Io credo che il pubblico riesca a percepire una storia vera, portata avanti da motivazioni profonde e conflitti importanti”.

Liam e Pietro due coetanei molto diversi. Metti a confronto la crescita in una metropoli come Londra e il micro cosmo di Ginostra. Quanto è difficile crescere e iniziare a diventare adulti in entrambi i posti?

Io posso dirti come sia stato difficile per me mettere insieme l’infanzia a Roma e in Calabria fra gli anni ’70 e gli anni ’80. Noi meridionali partivamo con un paio di ruote a terra rispetto a chi abita nelle metropoli- non necessariamente Londra. Fare un viaggio verso nord significava risalire nel tempo e non solo nello spazio. Io credo che questa storia meriti d’essere raccontata non solo in maniera documentaristica come hanno fatto in molti. Io credo, Cristina, che questa sia la nostra storia, la storia di noi italiani. Quante volte ho visto lo sguardo di Pietro negli occhi dei miei coetanei… Credo che molti si rivedranno in quello sguardo o in quello di Liam, e tanti sentiranno dentro sé stessi la dicotomia Liam-Pietro”.

Come è stato entrare nella testa, nella psicologia e nel linguaggio di tre adolescenti?

Quando si parla di thriller psicologico spesso ci si dimentica che si lavora sulla personalità e quindi sulla psicologia dei protagonisti. Non basta che il thriller sia meno adrenalinico, secondo me. Dev’esserci un elemento di verità: lo stress del personaggio deve derivare da scelte che ciascuno di noi sarebbe in grado di compiere. Ancor più nel caso di quel labile territorio di confine che separa l’infanzia dall’adolescenza, è facilissimo cadere nello stereotipo e parlare di ragazzini da serie televisiva. Immedesimarmi in Liam, Pietro, Angelo o Lullaby è stato obiettivamente difficile perché ciascuno si situa in uno stadio diverso di crescita ed è spinto ad agire dal proprio carattere e dalla cultura d’appartenenza. Forse la sfida più bella del romanzo, se ci penso”.

Stromboli negli anni Ottanta. Perché ha scelto proprio quel periodo?

Perché è anche il periodo del passaggio dalla mia infanzia all’adolescenza. Solo dopo aver scritto il romanzo mi sono accorto che Liam oggi avrebbe la mia età. In fondo Stephen King suggerisce di scrivere di cose che conosci davvero. Okay, non sono inglese… A parte gli scherzi, l’inizio degli anni 80 è stato un momento di sbandamento i cui effetti durano ancora adesso. Venivamo da un mondo pieno di certezze”, spesso contraddittorie, e ci siamo ritrovati in mezzo alle rovine. Le prime piogge acide, Chernobyl, Solidarnosch, Reagan e il tatcherismo, la fine del terrorismo. E poi lo Spectrum, il Commodore. Potrei andare avanti a lungo. Un mondo che adesso sembra lontano eoni ma in cui c’è in nuce l’oggi”.

 

Il vulcano è custode, testimone, lascia indizi ma è anche un colpevole?

Quando stavo raccogliendo materiale mi avevano colpito le storie dei suicidi sul vulcano. Qual è il posto migliore per far sparire qualcuno senza lasciarne traccia? Leggevo e ascoltavo storie di litigi continui fra i paesani costretti a lavorare duramente su terreni senza acqua, e poi di ville dove famosi intellettuali si rifugiavano d’estate alla ricerca di solitudine. C’era questo vulcano che eruttava continuamente, un Dio capriccioso che ci illudiamo di poter tenere a bada, come d’altronde i suoi vicini Vulcano, Etna e la caldera sommersa di Panarea. I personaggi del romanzo subiscono l’influenza dello Stromboli: tutto diviene fosco, tutto ingrandisce. Quando finisci di leggere secondo me in fondo non sai se dare la responsabilità degli eventi ai personaggi o a Iddu”.

I coniugi Mason, i genitori di Liam, il padre di Pietro. Nel romanzo affronti anche il tema della genitorialità e anche del rapporto di coppia?

“Sono temi che m’interessano profondamente. Il romanzo possiede un tema forte, secondo me, inerente al rapporto padri-figli. Ho analizzato diversi modi di educare i figli e concepire la famiglia, dai genitori più new age possibile, i coniugi Mason, ai custodi delle usanze primordiali del meridione d’Italia. Credo che l’ambientazione a Stromboli nei primi anni 80 sia bella anche per questo: perché si potevano incrociare modi di vita distanti davvero anni luce. Detto questo ho cercato di portare avanti il dramma proprio lungo la strada della presa di coscienza degli adolescenti, del distacco dalla famiglia e dai modelli paterni”.

Cristina Marra

 

Nessun commento