La vita davanti a sé al teatro Quirino. Tratto da un romanzo di Romain Gary, è in scena in questo teatro fino al 21 dicembre prossimo, questo monologo che Silvio Orlando gestisce con umiltà, serenità e tanta, tanta professionalità.
La vita davanti a sé al teatro Quirino
La vita davanti a sè al teatro Quirino. Tratto da un romanzo di Romain Gary, è in scena in questo teatro fino al 21 dicembre prossimo, questo monologo che Silvio Orlando gestisce con umiltà, serenità e tanta, tanta professionalità. Nel monologo si racconta di una storia d’amore materno mancato, nemmeno tanto sottesa e che si svolge all’interno di un ambiente fatto di disperati di cui unico apparente protagonista è un bambino arabo, nato da un “incidente sul lavoro” occorso ad una prostituta che lo ha affidato ad una “maman”. Una signora, il cui mestiere è quello di allevare bambini nati proprio come Momò, il bambino che si confessa in scena per raccontare tutti i disagi subiti nei primi anni della sua vita e non solo.
Un monologo con in scena Silvio Orlando in veste di protagonista e regista
Commozione e divertimento scorrono paralleli in palcoscenico, affidati alla caratteristica voce di un attore di grande spessore quale è Silvio Orlando che si muove fisicamente, evidenziando una improbabile elasticità che concorre a rendere l’idea dell’autore del romanzo, il quale ha inteso imprimere ad una storia che parla di solitudine, di ideologie ed anche di convivenza tra religioni diverse, le caratteristiche presenti all’interno di un mondo pluristorico e multietnico, quale è quello attuale visto sotto la lente del periodo in cui l’autore lo scrisse cioè il 1975.
In palcoscenico, appare un Orlando che commuove e contemporaneamente riesce ad interessare il pubblico
In palcoscenico, appare un Orlando che commuove e contemporaneamente riesce ad interessare il pubblico, che vede nella sua interpretazione (e regia), un tentativo di raccontare storie emozionanti ma tristi, che tendono a trasmettere allo spettatore la sostanza del lavoro in scena, e cioè che bisogna vivere volendo bene al prossimo non soltanto per vivere ma per sopravvivere, anche affidandosi come nel caso di Momò ad una mamma che esiste ma che non c’è fisicamente, e che viene “sostituita” da una donna (Madame Rosa) dal carattere complesso e claustrofobico, indistinto ma angosciante.
Tre i temi a fondamento del lavoro vincitore di un premio Goncourt
Tre i temi a fondamento del lavoro: i sogni ricorrenti di una bambino ossessionato dalla solitudine, la caratteristica di un essere antieroe e la mimesi linguistica del protagonista, un attore perfettamente adatto al romanzo dell’autore, che per questo lavoro ebbe a ricevere in Francia un assai discusso premio Goncourt che, non a caso, viene assegnato per ricompensare ogni anno, la migliore opera d’immaginazione in prosa pubblicata.
Andrea Gentili



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