Selfie di Agostino Ferrente

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È una lunga estate calda nel rione Traiano, periferia di Napoli. Alessandro (Antonelli) e Pietro (Orlando) hanno 16 anni e sono amici da sempre. Amici, erano anche di Davide Bifolco un ragazzo che, scambiato per un latitante in fuga è stato ucciso da un carabiniere durante un inseguimento.

 

 

Selfie” è un documentario di Agostino Ferrente che prende spunto proprio da questo tragico episodio, per raccontare un rione che è Napoli ma non lo è, un mondo a parte dove essere uccisi ‘per sbaglio’ dalle forze dell’ordine è quasi normale.

 

 

Accade in tutto il mondo – dice Ferrente – in alcune realtà difficili di Città del Capo, come in Messico, o a Los Angeles, dove se la polizia incontra un bianco che ‘va di fretta’ pensano abbia un appuntamento di lavoro. Se è un nero si tratta di un criminale che va fermato”.

Un’esistenza segnata soprattutto dall’immutabilità “una vita in salita” che solo i protagonisti possono davvero raccontare senza i filtri dei media (accusati dagli abitanti del rione di deformare la realtà a vantaggio di una narrazione fatta di pre-giudizi) o quelli dell’arroganza autoriale.

Ed ecco quindi la scelta di mettere in mano ai protagonisti un telefonino per raccontare e raccontarsi come davanti ad uno specchio, aspirazioni, emozioni, disincanto di una generazione che si autorappresenta attraverso l’iPhone che è mezzo e metafora di una vita che scorre alle spalle.

Quando si è presentata l’occasione di raccontare questa storia – dichiara Ferrente (fonte AdnKronos) – abbiamo pensato di fare qualcosa di diverso, non inquadrare tutto ciò che vediamo (quello lo fanno già le telecamere di sicurezza che ormai filmano tutta la nostra vita!) ma gli occhi di chi guarda. Invece della Luna abbiamo inquadrato il dito!”. E ‘il dito’ è la quotidianità di giovani e giovanissimi il cui sguardo inspiegabilmente ancora pulito parla già di decisioni difficili che segneranno la vita.

Come non delinquere (in un sistema sociale dove lo spaccio è considerato l’unico modo per ‘far campare’ la famiglia), o l’impossibilità di dare respiro anche alla più piccola ambizione personale (Pietro vorrebbe fare il parrucchiere ma non trova lavoro) fino a toccare gli affetti, nelle parole orgogliose e rassegnate di due ragazzine (una con il padre in galera) che immaginano un futuro di mogli e madri già segnato dall’assenza del compagno candidato al carcere. “Io lo aspetto – dice Antonella una delle due ragazzine – anche 10 anni (di condanna), basta che mi voglia bene e che mi rispetti. Il rispetto questo è importante”) nell’accettazione dello staus quo che è consapevolezza non acritica né priva di ribellione”.

Dimenticatevi le aspiranti modelle o dive tv – dice il regista – qui c’è concretezza. Queste sono ragazze libere la cui libertà finisce dove inizia il loro disincanto.  In loro – prosegue Ferrente – c’è quasi la vocazione a una consacrazione laica”.

 

Certo ci sono pure le armi già in mano ai ragazzini, c’è il pusher che si nasconde durante l’intervista e che rivendica il suo diritto di portate il pane a casa:“al centro (di Napoli) i boss vivono bene – dice – ma qui ci sono solo quelli come noi che sopravvivono”.

Questa non è Gomorra, certo c’è il brutto del rione Traiano che Alessandro non vorrebbe raccontare (per il timore, ancora una volta, del giudizio dell’opinione pubblica), mentre Pietro quelle ‘cose brutte’ le sente chiaramente sue: “noi non riusciamo a vedere un futuro diverso, – dice il ragazzo – forse potranno i nostri figli”. Vedere l’Infinito (poesia di Leopardi che tanto peso ha avuto nella vita di Alessandro….) dietro quel muro che delimita il rione e “il guardo esclude”. Presentato con successo al 69esimio Festival di Berlino. Dal 30 maggio al cinema un’esperienza di 78’ minuti da non perdere.

Ludovica Mariani

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