I fratelli Sisters al cinema

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E’ un esordio peculiare, quello di Jacques Audiard nel cinema in lingua inglese: già premiato con il Leone d’Argento nel corso dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, I fratelli Sisters si confronta direttamente con quello che è forse il più “classico” dei generi hollywoodiani, in qualche modo connaturato all’essenza stessa del cinema americano: il western. Un genere apparentemente lontano dai territori finora battuti dal regista francese, che per girare il film si è ispirato al romanzo del 2011 Arrivano i Sisters, di Patrick DeWitt.

La trama de I fratelli Sisters muove dal più classico degli spunti, quasi un archetipo per il genere: due fratelli sicari vengono reclutati dal potente Commodoro, padrone di fatto della città, per rintracciare ed eliminare quello che viene descritto loro come un ladro. Dei due fratelli, il maggiore è stanco di omicidi e violenze, e vorrebbe ritirarsi dopo aver portato a termine questo lavoro; il più giovane, invece, è impulsivo e dedito all’alcol, e non vede futuro nella sua vita al di fuori dell’attività di assassino a pagamento. Quando i due si mettono sulle tracce della loro preda, capiscono presto che il lavoro ha in realtà ragioni ben diverse di quelle che erano state loro presentate.

Quello di Audiard è un approccio piuttosto atipico al genere, molto personale pur nel carattere mainstream del progetto, e nell’importanza dei nomi del cast: tra questi ultimi, vanno menzionati ovviamente i due protagonisti John C. Reilly e Joaquin Phoenix, gli antagonisti Jake Gyllenhaal e Riz Ahmed, oltre a un mostro sacro come Rutger Hauer nel ruolo dell’ambiguo Commodoro. L’epopea della Frontiera, ne I fratelli Sisters, si è virtualmente già conclusa, mentre lo slancio eroico dei pionieri è sfociato nella sfrenata e violenta corsa all’oro. L’epica del genere, nella lettura dei classici, viene rovesciata in un divertito cinismo, che permea tutti i personaggi, consapevoli di vivere in una società che sta cambiando per sempre il suo volto.

La “conquista dell’Ovest”, quella narrata ed esaltata in centinaia di film (e di altri prodotti della cultura di massa) trova così un capolinea che costringe i due protagonisti a guardarsi indietro, riflettendo una volta per tutte su se stessi e sulle forze – e i fantasmi – che hanno finora governato le loro esistenze. San Francisco è l’approdo naturale del percorso, oltre che del viaggio, di Eli e Charlie Sister; più giù, c’è il mare, un’entità la cui vastità quasi intimorisce i due fratelli. La Frisco che i due trovano è già, in sé, un altro mondo: l’emblema di una civilizzazione ottenuta a caro prezzo, che è riuscita a nascondere le violenze da cui è nata dietro una facciata di fittizia rispettabilità.

È il sorriso sardonico, cinico, divertito ma a suo modo affettuoso, la cifra distintiva de I fratelli Sisters: Audiard saluta la Frontiera raccontando la storia di due suoi reduci, che vedono svanire qualsiasi residuo di epica dal mondo di cui hanno fatto parte. La negazione stessa dell’epica del genere è evidente, nel film di Audiard, anche nel modo in cui sono girate le scene d’azione: sparatorie riprese in campo lungo, in notturna (con i colpi di pistola rappresentati come estemporanei bagliori di morte) o addirittura lasciate fuori campo. Uno stile antispettacolare, che vuole operare una colta, divertita e pregnante revisione critica del genere e delle sue basi.

Capace di intrattenere e parlare al pubblico, nonostante l’approccio d’autore di Audiard, I frateli Sisters è visivamente elegante, impreziosito da una notevole fotografia – opera del belga Benoît Debie – e da un’eccellente gestione d’insieme del cast. Il regista di Un sapore di ruggine e ossa allontana qualsiasi intellettualismo dal suo orizzonte di riferimento, ma il suo tocco è evidente sotto la superficie di una vicenda picaresca, intrisa di un humour caustico ma non privo di empatia. Empatia che diviene esplicita nell’ultima parte del film, quando la componente melodrammatica della storia prende decisamente il sopravvento: un suggello ideale per un’opera che è riuscita a fondere al meglio, con invidiabile equilibrio, esigenze mainstream e spinte autoriali.

Marco Minniti

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