Shazam di David F.Sandberg

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Giunto al suo settimo film, tra risultati altalenanti, defezioni – il Batman di Ben Affleck – e un futuro tutt’altro che cristallizzato, il DC Extended Universe gioca qui una delle sue carte più interessanti e sui generis. Questo Shazam!, infatti, si muove su un crinale leggermente distinto dalle altre opere del media franchise, con rimandi solo indiretti agli altri film, e un approccio decisamente più scanzonato. Dopo la seriosità tronfia di Aquaman, ma anche il “Marvel mood” inserito un po’ a forza nel discutibile Justice League, l’humour qui presente arriva come una ventata di aria fresca.

Nato nel 1939, curiosamente chiamato Captain Marvel nella sua versione originale (esattamente come la supereroina “rivale” omonima) il supereroe bambino non è nemmeno, in effetti, un parto della casa fumettistica americana: addirittura, una causa legale intestata dalla stessa DC Comics ne provocò la temporanea scomparsa dalle edicole nel 1953, a causa di una sua presunta somiglianza con Superman. Solo 20 anni dopo, Billy Batson/Shazam sarebbe tornato in edicola col marchio DC, per essere poi incluso nell’universo fumettistico di riferimento nel 1991.

La seriosità delle prime opere DC, in effetti, sembra essere estranea alla storia del personaggio, che il film di David F. Sandberg porta senza affanno nel mondo contemporaneo: Billy Batson è un ombroso orfano quattordicenne, che viene trasportato suo malgrado nel reame della magia, trasformato in un adulto – col volto dello statuario Zachary Levi – e costretto a combattere le forze del male. Forze, da par loro, incarnate da uno scienziato che ha a sua volta alle spalle un passato di abbandono, deciso a sfruttare il potere dei sette vizi capitali, plasticamente incarnati in entità malefiche al suo servizio.

Diretto da un regista alla sua prima esperienza in un comic movie, Shazam! sceglie con decisione e consapevolezza, la via dell’autoironia e della levità di tono. I supereroi sono un dato di fatto, nell’universo del film, Batman e Superman hanno già compiuto le loro gesta, ma cionondimeno la loro essenza è già mitizzata e serializzata, riprodotta in fumetti e giocattoli, idolatrata come un culto dal ragazzino nerd Freddy, migliore amico del protagonista. Attraverso le più classiche tappe di “formazione” di un supereroe, Billy acquisterà consapevolezza del suo potere, aiutato proprio da Freddy, sua perfetta spalla.

La sceneggiatura, in tutta la sua prima parte, gioca con decisione sull’effetto comico e di straniamento derivato da un adolescente finito nel corpo di un adulto, motivo che dà origine a una serie di gag che trascendono il genere: sembra, a tratti, di essere di fronte a una versione moderna della commedia Big di Penny Marshall. Tra cambi repentini di identità, il brivido delle azioni “da grandi” compiute da un bambino – il consumo di alcolici, l’ingresso in un locale di strip tease – e l’iniziale, infantile sfruttamento della notorietà da parte del personaggio, la traccia supereroistica resta inizialmente in secondo piano.

Proprio una certa esilità di quest’ultima è, in effetti, l’unico vero limite – in parte inevitabile, data la sua natura “introduttiva” – imputabile a questo Shazam!; per il resto, il film di Sandberg è arguto nello sfruttare l’idea del fumetto per fare la prima, vera riflessione autoironica su un universo ammantato di toni dark e di programmata epica. La necessità di introdurre e spiegare viene abilmente utilizzata dal regista per dar libero sfogo alla vena comica insita nel soggetto, adeguata ai tempi e ben integrata nell’universo di riferimento: e gli sviluppi dell’ultima parte – che ovviamente evitiamo di rivelare – non potranno che solleticare la fantasia di fans vecchi e nuovi.

Marco Minniti

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