Il ragazzo che diventerà re di Joe Cornish

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Torna al cinema, riveduta e aggiornata, la leggenda di Re Artù: questo Il ragazzo che diventerà re, nuovo film di Joe Cornish, rinverdisce infatti il ciclo arturiano spostandolo direttamente nell’Inghilterra di oggi, tra i fantasmi della Brexit e lo spaesamento delle nuove generazioni. Rifacendosi a una tradizione di cinema per ragazzi che guarda direttamente agli anni ‘80 (e al cinema di Steven Spielberg) Cornish presenta così una versione teen della classica epopea dei cavalieri della Tavola Rotonda.

Protagonista della storia è Alex, timido studente di dodici anni che vive con sua madre. In un deposito abbandonato, il ragazzo trova per caso la famosa spada Excalibur, e riesce a estrarla dalla roccia in cui è conficcata. Poco dopo, il nuovo compagno di scuola di Alex, che si rivela essere nient’altro che una versione camuffata del mago Merlino, svela al ragazzo la sua missione: fermare la perfida Morgana, decisa a riprendersi Excalibur tramite il suo esercito di non-morti, durante la prossima eclissi di sole. Alex si imbarca così in un viaggio per la Cornovaglia, seguito dall’amico Bedders e dai riottosi bulli Lance e Kaye.

Alla sua seconda opera, dopo l’esordio del 2011 con Attack the Block – Invasione aliena, Cornish presenta qui un prodotto dedicato esplicitamente al pubblico più giovane, che guarda al ciclo arturiano con gli occhi del cinema per ragazzi di qualche decennio fa. Il regista ripropone un canovaccio avventuroso che vede protagonista una banda di preadolescenti – motivo tornato recentemente di moda dopo il successo della serie Stranger Things -, imbastendo in controluce un discorso sulla crescita personale, sull’amicizia, e sulla capacità delle nuove generazioni di risollevare il mondo dal baratro.

Corre rapido e piacevole, questo Il ragazzo che diventerà re, spostandosi dagli interni di una scuola londinese alle distese della Cornovaglia e al suggestivo sito di Stonehenge, fino al sottosuolo dove vivono i demoni al servizio della truce Morgana. La sceneggiatura punta a sottolineare un concetto che in un certo senso “tradisce” la sua fonte letteraria originale, evidenziando la natura edificante e morale del soggetto: il sangue non conta niente, non è il lignaggio a fare l’eroe, ma la determinazione individuale e lo spirito di sacrificio. Alex non è discendente di Artù, ma riesce a usare Excalibur in quanto il suo cuore è puro, rivelando anche la capacità di “trasformare i nemici in amici”.

In una costruzione che, oltre al cinema di Spielberg, cita iconograficamente Sam Raimi e Ray Harryhausen (i demoni/ghoul che attaccano i protagonisti, gli alberi animati), il film cerca di tenere insieme lo spirito avventuroso e scanzonato del soggetto con un discorso più profondo, che chiama in causa il livello individuale – l’affetto familiare, l’abbandono e la ricerca della propria strada -, e quello collettivo – la presa in carico da parte dei giovanissimi del destino di una nazione, e di un mondo, scossi dalle catastrofi politiche e ambientali di questo primo scorcio di millennio. Un equilibrio tra due componenti che non sempre, invero, la sceneggiatura gestisce in modo ottimale.

Apprezzabile nel suo tentativo di riportare in vita l’approccio più ludico, genuinamente favolistico, di certo cinema anni ‘80 – senza barare ricercando l’effetto-nostalgia – Il ragazzo che diventerà re resta infatti sospeso in una generale incertezza di tono, in un’indecisione tra il registro epico e “filologico” – poco credibile in un contesto come quello messo in scena dal film – e quello della favola morale e contemporanea, in cui l’aspetto edificante e di “romanzo di formazione” sia in primo piano. Una difficoltosa coniugazione di due registri, che non è aiutata da una caratterizzazione un po’ sottotono dei personaggi principali, a partire dal protagonista Louis Ashbourne Serkis (figlio dell’attore Andy Serkis).

Il film di Joe Cornish, pur intrattenendo con mestiere, e disseminando nel corso della sua durata vari spunti interessanti, non riesce così, in definitiva, a dispiegare al meglio le sue potenzialità; rischiando paradossalmente di apparire troppo semplicistico e infantile per un pubblico adulto, e al contempo eccessivamente naif e improntato al “vecchio” – a livello di temi e suggestioni – per le nuove generazioni. Un’occasione, quindi, sfruttata solo a metà.

 

Marco Minniti

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