Un uomo tranquillo

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Sono passati circa cinque anni dalla distribuzione in sala di un piccolo film di produzione scandinava, un atipico revenge movie ambientato tra le innevate montagne della Norvegia, che occhieggiava, a modo suo, a modelli americani come quelli di Quentin Tarantino e dei fratelli Coen. Il film, intitolato In ordine di sparizione, fu presentato in concorso al Festival di Berlino 2014, riscuotendo buoni riscontri, e arrivando in seguito, brevemente, nelle nostre sale. Ora, cinque anni dopo, Hollywood ne propone un remake, che vede di nuovo in cabina di regia l’Hans Petter Molan che diresse l’originale.

La trama di questo Un uomo tranquillo (in originale Cold Pursuit) ricalca fedelmente quella del film originale, spostandone l’ambientazione dai monti norvegesi allo sfondo di un isolato villaggio sulle Montagne Rocciose: qui, l’autista di spazzaneve interpretato da Liam Neeson decide di vendicare la morte di suo figlio, stroncato da un’overdose, mettendosi sulle tracce dell’organizzazione dedita al traffico di droga della zona. Freddo e determinato, l’uomo elimina metodicamente tutti i membri del cartello criminale, fino ad arrivare al potente boss del narcotraffico soprannominato “Il Vichingo”.

Tentando di adattare ai gusti del pubblico statunitense una vicenda nata in un diverso contesto culturale – malgrado i suoi evidenti debiti col cinema americanoMolan limita nella prima parte il mood grottesco e sopra le righe del film originale, fornendo alla storia una cornice più classica. La sceneggiatura di questo remake si sofferma maggiormente sul lutto subito dal protagonista, sul tentativo di elaborazione di quest’ultimo e sul suo montante desiderio di vendetta, descritti secondo le classiche tappe del genere. Una cornice tesa a preparare, e giustificare, la successiva ondata di violenza.

Questa scelta, fortemente voluta, insieme all’utilizzo di un attore ormai uso ai ruoli di giustiziere come Liam Neeson, rappresenta un primo limite di questo Un uomo tranquillo. L’amorale cinismo del film del 2014, l’humour cimiteriale che sorrideva in modo beffardo del lutto, e della relativa reazione di un individuo abbastanza lontano dall’ambiente civilizzato e borghese, da non esserne del tutto assorbito, qui vengono ricondotti ai più rassicuranti codici del genere. La reazione del ranger Neeson, non propriamente uomo tranquillo già dal suo primo apparire in scena, appare molto più prevedibile e meno spiazzante.

In questo senso, il film fatica un po’ a trovare il giusto tono narrativo, stretto tra la scelta di fedeltà alla storia originale – riproposta in tutti i suoi snodi principali – e la necessità di adattarne le premesse ai gusti di un pubblico più mainstream. Per tutta la prima parte del film, il personaggio di Neeson – col supporto della moglie interpretata da Laura Dern, figura più presente che nell’originale, ma narrativamente poco funzionale – non può che far venire in mente il vendicatore della serie di Taken: spietato, ma a suo modo etico, il cui agire trova una solida giustificazione nella trama e un netto richiamo all’identificazione spettatoriale.

Così, l’humour nero che matura nel momento in cui la vendetta è cominciata, la scansione dei capitoli attraverso i nomi dei criminali giustiziati, i loro corpi gettati l’uno dopo l’altro nel fiume, appaiono molto meno giustificati da un plot che vuole restare aggrappato, nonostante tutto, ad atmosfere da revenge movie classico. La stessa figura del villain, che qui ha il volto di uno stralunato Tom Bateman, risulta molto più stridente e meno armonizzata col resto del film, provocando al più la curiosità per un personaggio dichiaratamente (e un po’ gratuitamente) “pulp”.

Remake letterale nell’intreccio, quanto imperfettamente adattivo nel mood, Un uomo tranquillo (curiosa la scelta di utilizzare, per la distribuzione italiana, il titolo di un vecchio classico di John Ford) non riesce quindi a centrare il bersaglio, sostituendo al cinico, a tratti irresistibile balletto di morte dell’originale, una storia di vendetta che non riesce a provocare né la catarsi dell’identificazione, né lo spiazzamento di una realtà trasfigurata, trasformata in animalesco e divertito body count. Un risultato troppo legato a istanze contrastanti (fedeltà e necessità di adattamento), che non hanno trovato qui la giusta sintesi.

Marco Minniti

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