Acquaman con Arthur Curry

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L’avevamo già visto in Justice League, primo crossover “collettivo” dei personaggi del da poco formatosi DC Extended Universe. Ora, dopo aver contribuito a salvare il mondo dal perfido alieno Steppenwolf, insieme ai sodali Superman, Batman, Wonder Woman, Flash e Cyborg, il mezzo atlantideo Arthur Curry/Aquaman ha un film tutto per sé.  

Questo sesto installment dell’universo DC, rispetto ai suoi predecessori fa un piccolo passo indietro dal punto di vista della continuity, elidendo praticamente ogni riferimento ai film precedenti, e presentando una vicenda (quasi) del tutto autoconclusiva. Se è vero che la DC/Warner continua a inseguire i rivali della Marvel sul piano della concezione e sviluppo del suo media franchise, è anche vero che l’universo di riferimento è ancora troppo “giovane” perché le interdipendenze siano così spinte. Ed è anche vero che questo universo, sullo schermo, fatica ancora ad assumere una sua personalità definita.

Parte con buone premesse, Aquaman, con un prologo che mostra i genitori del futuro mezzosangue incontrarsi dopo la fuga di lei dal regno di Atlantide, per poi amarsi e separarsi poco dopo la nascita del piccolo Arthur. Poi, l’azione si sposta a circa un trentennio dopo, quando Arthur salva l’equipaggio di un sommergibile nucleare dall’assalto di un gruppo di pirati; nello scontro, il leader dei criminali muore sotto gli occhi del figlio, che giura vendetta contro il mezzo atlantideo. Il giovane si allea con Orm, fratellastro di Arthur e autoproclamato re di Atlantide; un fittizio attacco al regno sottomarino sarà il pretesto, per Orm, per riunire i sovrani dei regni subacquei e muovere guerra alla superficie. Per scongiurare una catastrofe, Aquaman dovrà reclamare il trono di Atlantide contro suo fratello, dopo aver ritrovato il leggendario tridente del re Atlan.

Diretto da un James Wan che si cimenta per la prima volta con un cinecomic, interpretato di nuovo dallo statuario Jason Momoa, Aquaman conferma tutti i dubbi (di concept e realizzazione) lasciatici dalle precedenti opere DC. Con la parziale eccezione di Batman (attendiamo il film stand-alone con Ben Affleck, che tuttavia sembra ben lungi dal vedere la luce) i personaggi della factory americana risultano molto più monodimensionali, rigidamente strutturati e privi di sfumature, rispetto agli omologhi Marvel. Proprio per questo motivo, gli accenni di ironia disseminati nello script, le poche battute pronunciate da un Momoa davvero poco convinto, così come il riferimento iniziale a una “diversità” del personaggio (il confronto del piccolo Arthur coi compagni di scuola), appaiono pretestuosi e poco convincenti. Come per L’uomo d’acciaio, ci voleva ben altro per problematizzare e rendere meno monolitico il personaggio.

Il principale punto debole di Aquaman, sontuoso nella messa in scena e non privo di inventiva nel comparto visivo (il regno subacqueo è un accattivante mix tra sci-fi classica e cyberpunk) è una sceneggiatura povera e approssimativa: manca il senso di epica nel narrare, mancano quelle necessarie pause che costruiscano il climax, manca il (melo)dramma di cui pure il potenziale della storia non era sprovvisto.

La vicenda di uno scontro fratricida per il potere, con un re in esilio chiamato a salvare il suo regno (temi/archetipi già trattati dalla Marvel tanto in Thor quanto in Black Panther) è affrontata con una sconfortante pochezza di sostanza, diluita in dialoghi poco incisivi, risolta in un rutilante susseguirsi di scene d’azione, leggibili e registicamente pulite, quanto non sorrette da un’impalcatura narrativa solida e adeguata.

Si finisce per annoiarsi, nelle quasi due ore e mezza del film di Wan, che racconta una vicenda che, già prevedibile nella sua classicità (e questo non si può imputare al film), viene costruita in modo sbrigativo, non caratterizzando al meglio i personaggi (tanto la principessa di Amber Heard, quanto il mentore col volto di Willem Dafoe, restano piatti e monodimensionali), e affogando il tutto nella sterile magniloquenza visiva. Magniloquenza che è meno “videogiochistica” nel look rispetto a quanto si vede nei film di Zack Snyder (qui produttore esecutivo) ma paradossalmente ancor meno giustificata. L’impressione è che l’universo DC, per decollare davvero, avrebbe bisogno di una maggior attenzione alla costruzione delle storie, oltre che di una più decisa problematizzazione dei suoi personaggi: anche laddove quest’ultima possa costituirne un parziale tradimento.

Marco Minniti

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Si è laureato in Scienze e tecnologie della Comunicazione con una tesi sulla pratica del remake cinematografico. Ha collaborato con le freepress L'acchiappafilm e Leggo, oltre che con la testata web Castlerock.it in qualità di critico cinematografico. E' stato redattore per il network Movieplayer.it, ha scritto per la webzine Fuoriprogramma.net, ed è attualmente tra i collaboratori del sito di critica cinematografica Quinlan.it. Nel 2018 è stato consulente per il ciclo psico-educativo "Stelle diverse - Conoscere l'autismo attraverso il cinema", organizzato dal centro di Roma CuoreMenteLab.

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