Sei personaggi in cerca d’autore al Quirino

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Al Teatro Quirino Vittorio Gassman è andato in scena lo scorso 20 novembre uno dei massimi lavori di Luigi Pirandello, attraverso il quale il drammaturgo siciliano descrive una serie di complessi universi fatti di linguaggi, sogni ed allucinazioni vissuti in un ambiente nel quale l’autore arriva a far coincidere il mondo dei vivi con quello dei morti tendendo a scoprire modi diversi per entrare nelle menti e negli atteggiamenti dei personaggi e, in ultima analisi, dell’uomo.

Il tutto in un complesso equilibrio all’interno del quale i personaggi e le figure si muovono per comporre un affresco delicato si ma di straordinaria potenza, con un unico raggio di luce attraversante la pur semplice scenografia dominata da una madre (Giulia Jelo) che, pur bistrattata e tradita nutre sempre la speranza di un futuro luminoso: proprio ciò che l’autore analizza addirittura in forma ironica preannunciando, forse, un suo risveglio che possa condurre i sei personaggi verso la speranza, alla stregua di una analisi spiccatamente psicologica della mente umana in generale.

Su un palcoscenico apparentemente in corso di allestimento si muovono alcuni attori che provano una futura rappresentazione (probabilmente quella tratta da “Il giuoco delle parti“, dello stesso Pirandello): gli attori che provano il lavoro vengono interrotti da un usciere che annuncia al capocomico l’arrivo di sei “ personaggi “ che intenderebbero raccontare le loro storie, i loro drammi; il capo comico, prima indispettito dalla interruzione, acconsente poi a che i sei intervengano al posto degli attori che stanno provando.

Da questo momento in poi si sviluppa un intreccio di battute tra un padre ed una figliastra, tra una moglie ed un figlio, un segretario alquanto invadente che vive in casa loro in un equilibrio quasi perfetto malgrado l’anomalo rapporto tra i vari componenti la famiglia ( tra i quali la decisione faticosa della figlia che si concede ad alcuni uomini, padre compreso ).

 

Una serie di avvenimenti più o meno drammatici, ma certamente alquanto cerebralmente elaborati, compongono lo svolgimento di uno o più drammi che porteranno alla rivelazione di una amara verità all’interno della quale la pazzia e la follia regnano sovrane, quasi ad identificare l’umana scontentezza e l’artificiosità di ogni atteggiamento.

 

Difficile dire quali degli attori in scena sia il più bravo, da Luca Iacono (il figlio) a Luana Toscano (madama Pace), da Flavio Palmieri al regista della compagnia che sta provando al momento dell’irruzione dei sei personaggi (Silvio Laviano) a tutti gli altri, tra i quali Luigi Tabita nella parte del primo attore a Ludovica Calabrese, Federico Fiorenza, Marina La Placa, Giorgia Boscarino, Armando Sciuto i quali tutti coralmente riescono ad infondere alla rappresentazione quell’aurea di mistero e di dramma, di sconvolgimento di vite umane senza che tutto ciò comporti, purtroppo, prospettive o speranze di risveglio.

Particolare e doverosa menzione va, ovviamente ad un Michele Placido al di sopra delle righe, splendido come non mai, altissimo sulla scena, dominatore dello spettacolo e dei personaggi che intorno a lui ruotano in una sarabanda di emozioni, colpi di scena, meravigliose intuizioni che evidenziano l’ambigua violenza che “ il padre “ esercita nei confronti della moglie, personaggio umile ma centrale che egli porterà al punto di farla innamorare del suo segretario (a fin di bene, così che essa possa sentirsi, paradossalmente, considerata sia come moglie che come madre………).

Ottima, decisa, originale alquanto seppur di stampo classico la regia dello stesso Michele Placido per questo complesso e veramente impegnativo lavoro del drammaturgo siciliano che il Placido regista interpreta come un inno al teatro in quanto strumento teso a rappresentare, per mezzo di scene ed atteggiamenti traumatici, una volontà di vivere una vita autentica e serena all’interno della quale, però, si ripete l’angoscia della colpa concretizzantesi nella compromissione dei rapporti fin dal momento stesso in cui si formano, portando così l’uomo verso una irrimediabile solitudine (nel caso concretamente realizzata dall’incontro in un postribolo tra il padre e la figlia).

Lo spettacolo, che ha una durata di ben centodieci minuti senza intervallo, resterà in scena sul palcoscenico del Teatro Quirino Vittorio Gassman fino a tutto il prossimo 2 dicembre cura del Teatro Stabile di Catania.

Andrea Gentili

 

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