Il nome della rosa al Teatro Argentina

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Non appare difficile avvicinare Umberto Eco, l’autore del testo dal quale, oltre ad una versione cinematografica datata 1968, è tratto il lavoro ora in scena al Teatro Argentina di Roma, a Bertold Brecht che usa dividere in periodi ricorrenti lo svolgimento dei suoi capolavori.

Infatti, come Brecht, Eco divide lo spazio temporale nel quale si svolge il suo romanzo in giorni, sette, ed in capitoli, otto nel suo caso, pedissequamente ripresi dall’ottima regia di Leo Muscato, rappresentanti, i capitoli, ognuno il trascorrere delle ore liturgiche della vita conventuale, dell’ambiente cioè nel quale si svolge questa sorta di “giallo” ambientato nel 1327 in un non meglio identificato monastero benedettino (l’Abbazia di Grottaferrata?).

In questo lavoro che dimostra tutta la forza di un Eco semiologo, lo studio dei personaggi e dei segni e dei segnali che ognuno di loro emette è profondo, complesso ed in grado di perfettamente descrivere l’ambiente nel quale ebbe a svilupparsi la lotta tra Chiesa ed Impero: storia, politica, teologia si mescolano per dare corpo, grazie ad una ben affiatata troupe di ben tredici personaggi in scena, ad una rappresentazione in grado di ingenerare un pathos partecipativo di alto tenore drammatico, con un personaggio narrante, un novizio all’epoca dei fatti, (fratello Adso da Melk) intento a scrivere le memorie su episodi tragici avvenuti nel convento nel quale lui e Guglielmo di Baskerville erano stati inviati per risolvere un giallo dai contorni indefiniti.

La vicenda non è, di per se, complessa anzi è narrata in forma perfettamente attraente e scorrevole, grazie al perfetto adattamento teatrale operato dallo stesso regista, Leo Muscato, che per raggiungere questo buon grado di rappresentazione si avvale delle scene di Margherita Palli e dei costumi di Silvia Aymonino ma anche e soprattutto, delle luci di Alessandro Verazzi che riescono a sottolineare adeguatamente il cupo svolgimento temporale della scena che si svolge sul palcoscenico.

Nel corso di una settimana, nel monastero all’interno del quale si svolge un incontro che ha lo scopo di mediare un incontro tra alcuni francescani ed emissari di Papa Giovanni XXII, vengono uccisi sette frati: delitti che sembrano ruotare intorno alla biblioteca ma senza un apparente perché; mentre l’inquisitore papale indaga ed ingiustamente emette due condanne al rogo, Guglielmo de Baskerville scopre l’autore dei delitti ed il movente per i quali sono stati commessi.

E’ un movente di carattere puramente filosofico che in questa sede non vale la pena di svelare per non distrarre o incanalare l’attenzione dello spettatore ma di certo la vicenda si chiude, ancora una volta come spesso accade negli ambienti ecclesiastico e politico, con una forma di “nulla di fatto” perché un grande incendio distruggerà l’abbazia e, di conseguenza, il movente.

Un elogio a tutti gli interpreti per l’impegno altamente professionale profuso nello svolgimento del non facile lavoro basato su incroci di segni nel quale ognuno, misteriosamente, ne nasconde un altro ed un particolare riferimento al successo acquisito dall’architettura della scenografia che descrive la biblioteca del monastero con complesse architetture a più livelli e scale sopraelevate, diversamente dal romanzo nel quale la essa occupa solo un piano ed è costituita da semplici stanze collegate tra loro da porte.

Andrea Gentili

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