“Il Colosseo un mito del nostro tempo”

0

Il Colosseo come non l’avete mai immaginato: quello inciso nelle monete e nelle medaglie, quello di sangue e arena, dei gladiatori e dei martiri cristiani, il Colosseo fortezza dei Francipane e delle chiese. Ma anche le frondose arcate al chiaro di luna dei romantici in posa per il Grand Tour. E il Colosseo fondale di parate di regime e di film di culto come Vacanze romane, Un americano a Roma o il premiatissimo Lo chiamavano Jeeg Robot. Il Colosseo un mito del nostro tempo. 

Il libro The Colosseum book (versione inglese e italiano), è stato pubblicato in occasione della mostra Colosseo. Un’Icona, aperta a Roma all’Anfiteatro Flavio fino a gennaio 2018, ma pur avendo come punto di riferimento la mostra, va oltre. Il “Book” dalla copertina gialla, al centro la rossa silhoutte del Colosseo, tratta da un’opera in smalto e acrilico del ’66 di Renato Mambor, è un volumetto originale e un po’ speciale. E non solo per la vistosa copertina che fa pensare a una pubblicazione per ragazzi, ma per i contenuti che propone, per la curiosità che sollecita e per il modo di trattare i vari argomenti.

Curato da Nunzio Giustozzisi distingue per un abbondante corredo fotografico, una ricerca d’archivio che ha richiesto molto tempo e lavoro, un’impaginazione brillante che gioca sull’alternanza delle pagine bianche e nere in modo da rendere subito visibili i diversi capitoli e approfondimenti. E pagine scritte in caratteri di dimensioni diverse. Le note esplicative delle opere sono scritte in piccolo, i brani introduttivi ai capitoli hanno caratteri di media dimensione, mentre i brani tratti dagli autori come Chateaubriand, come Debussy, come Gregorovius o Belli hanno caratteri grandi e grandissimi. Una sorta di evidenziatore grafico per segnalare l’importanza del testo e del suo autore. Un modo esplicito per richiamare l’attenzione del lettore frettoloso o superficiale su quello che sta leggendo e su quello che vedrà.

Indubbiamente l’icona del Colosseo rappresenta il filo rosso da seguire, ma il percorso non è lineare, subito si manifesta ricco di svolte, di diverticoli, di varianti. Brani d’autore, fotografie, riproduzioni di opere d’arte arricchiscono di nuove e inusitate prospettive l’immagine guida.
In principio era l’anfiteatro, un anfiteatro “in piccolo”. In antico tante le imagines del Colosseo, basti pensare alle vedute a volo d’uccello di Roma, alla topografia impressa nelle lastre di marmo della Forma Urbis Severiana, al rilievo proveniente dal Sepolcro degli Haterii, rinvenuto nel 1848 sulla via Labicana. Con la sua forma cilindrica il Colosseo ben si adattava a monete e medaglie allora come nel Medio Evo e nel Rinascimento, fino a oggi. Quanti si sono accorti che si trova anche sul retro della moneta da 5 centesimi?

E’ rappresentato nelle bolle imperiali di Federico Barbarossa e Ludovico il Bavaro, nella medaglia per il Giubileo del 1550 di Paolo III Farnese. E nei cofanetti e nelle tabacchiere a mosaici minuti, amati souvenir del viaggiatori del Grand tour. E poi le repliche in scala, le maquettes, i modelli ricostruttivi come quello eccezionale di legni diversi in scala 1:60 realizzato fra il 1790 e il 1812 da Carlo Lucangeli e Paolo Dalbono, apprezzato da Canova, Stern, Valadier. Fino ai plastici dell’Italia in miniatura frutto del genio di Ivo Rambaldi e ai tanti simil-Colossei sparsi per il mondo.

Il Colosseo è l’oggetto principale del libro, al di là del contingente. Si tratta di una ricerca iconografica e storica che spazia dalla tradizione all’arte, alla letteratura, al cinema, alla pubblicità, alla musica. Da Disney a Rodari, a Geronimo Stilton, tanti hanno saccheggiato il Colosseo, ma senza scalfire la sua incorruttibile immagine. “Tutti hanno in mente l’immagine del Colosseo, tutti riconoscono quella cappelliera piena di buchi e di finestre, rotta da una parte, come se avesse avuto un morso”, scriveva nel 1869 Mark Twain in Gli innocenti all’estero.

Il Book di primo acchito può sembrare un libro tradizionale, l’impianto è quello classico con la divisione in capitoli, ma l’apparenza non deve ingannare. Prendiamo il secondo capitolo “Sangue e arena, la fama del gladiatore”. Alle prime pagine, scritte bianco su nero, d’introduzione al tema, seguono altre molto diverse fra loro. Anzitutto per l’impaginazione con brani d’autore intercalati a immagini che occupano anche due pagine intere, con didascalie in orizzontale e verticale, per i caratteri grafici di diversa dimensione, con l’impiego spregiudicato di tutte le possibili fonti.
A Marziale che esalta gli spettacoli si contrappone Tertulliano che odia “queste adunanze dei gentili”, mentre Alessandro Verri, siamo alla fine del Settecento, in mezzo all’arena al chiaro di luna contempla il meraviglioso spettacolo, ma non dimentica le stragi, i gemiti, i morti, “l’uomo costretto per trastullo d’altri uomini” a offrire se stesso agli artigli del leone.

Lo storico Edward Gibbon in Declino e caduta dell’impero romano porta ad esempio di decadenza l’imperatore Commodo che “niente apprezzava del potere sovrano tranne la sfrenata licenza di compiacere gli appetiti dei sensi” e si esibiva nell’arena come gladiatore, vantandosi di una “professione che le leggi e i costumi romani aveva bollato con la più giusta nota d’infamia”. E Giorgio Manganelli, in un articolo del 1989, parlava di “giochi orridi in cui si alleava la crudeltà imperiale alla infamia plebea”.

Ma non c’è solo la letteratura a rievocare ciò che avveniva nell’Anfiteatro. Ci sono le incisioni, i disegni, i dipinti, le stampe, le rievocazioni folkloristiche, le immagini dei film, delle serie televisive, dei fumetti e dei videogiochi. Dalla pergamena acquarellata di Marco Zoppo dell’Anfiteatro con torneo cavalleresco del 1465, al Combattimento dei gladiatori di Paris Bordon del 1560, agli accurati disegni settecenteschi di Vincenzo Brenna, fino ai dipinti melodrammatici di Gérôme e all’incanto dei preziosi quadri di Alma –Tadema.  E poi i film, dal Quo Vadis, tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz, al Gladiatore di Ridley Scott con Russel Crowe. Senza dimenticare Asterix di Uderzo e i film di animazione in 3D. O la danza di suprema eleganza di Roberto Bolle nell’Arlésienne nel 2008.Seguono, ordinati con lo stesso schema, gli altri cinque capitoli, ognuno dei quali offre alla lettura elementi di novità e motivi per coinvolgere. Sebbene non vi siano testimonianze certe di cristiani trucidati al Colosseo, vi veniva piuttosto praticata la damnatio ad bestias, ovvero l’esecuzione pubblica di criminali e prigionieri divorati dalle fiere, Il Colosseo cristiano esiste nella credenza comune e nelle sue Lettere ai Romani, all’inizio del II sec. d. C. sant’Ignazio vescovo di Antiochia (secondo la tradizione il primo martire cristiano del Colosseo), affronta volontariamente la condanna alle belve. Si diffonde così nelle prime comunità cristiane l’ideologia del martirio come strumento di salvezza.

Nel Giubileo del 1675 Clemente X consacra il luogo innalzandovi una croce in legno sulla sommità, e successivamente nel 1720 lungo il perimetro dell’arena vengono poste le edicole della Via Crucis, tolte nel 1874 con gli scavi che riportarono alla luce gli ipogei. Una presenza che è ancora viva se le celebrazioni del Venerdì Santo si svolgono tutt’oggi nella cornice del Colosseo.

C’è il Colosseo dei cristiani e quello dei romantici Al chiaro di luna, in posa per il Grand Tour. Generazioni e generazioni di artisti si sono lasciti sedurre dal paesaggio, dalle rovine che il tempo consuma. Il luogo, pieno di antri e anfratti, assediato dalla vegetazione (alla metà dell’Ottocento si contavano 420 specie diverse), è l’ideale per ammirarlo al chiaro di luna, come fa Goethe, Madame De Staël, Stendhal. La fascinazione del pittore francese Hubert Robert per il Colosseo è tale che prima di tornare a Parigi incide il suo nome e la data, 1762, a lettere capitali su un pilastro dell’ambulacro del I ordine dell’anfiteatro.

Con l’avvento del Fascismosarà il luogo delle adunate oceaniche, Il simbolo di un impero, al Colosseo continuanoa ispirarsi pittori e poeti.  E’ l’immagine dell’Eternal Rome pubblicata nel ’52 da Robert Capa. Il Colosseo Un mito del nostro tempo.
The Colosseum Book
di Nunzio Giustozzi
pagg. 255 € 15.00
Electa
(Solo nel bookshop del Colosseo, in distribuzione dal 20 aprile)

Laura Gigliotti

Condividi
Articolo precedenteLa banda del Box 23 al Teatro degli Audaci
Prossimo articoloCaro Marziano su Raitre con Pif
Laura Gigliotti
Senese di nascita e romana d’adozione. Iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti di Roma dall’81, ha pubblicato in modo continuativo per quotidiani e riviste cartacee: da “La Voce Repubblicana” a “Mondo Economico”, a “ Il Tempo”, “il Giornale”, “Il Sole 24 Ore”. E per giornali online come “Visum” e “Quotidiano Arte”. Senza contare interventi saltuari in numerose pubblicazioni fra cui “Le città” e il “Corriere della Sera”. Sempre di cultura e società in senso lato e in modo specifico di archeologia, architettura, arte e musica. E di libri, di Roma e del Vaticano.

Nessun commento